9/07
VILLA DI TOPPO FLORIO
ORE 18.00

Inaugurazione d’Arte

INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA PERSONALE DELL’ARTISTA GIORGIO CELIBERTI

Giorgio Celiberti

Tree Art Festival | Il Tempo. La visione che emerge tra l’opera di Giorgio Celiberti e il Tree Art Festival di Buttrio si configura come una narrazione ininterrotta dove il tempo cessa di essere una misura cronologica per farsi sostanza plastica e filosofica.
In questo scenario, Villa Florio non è più soltanto un contenitore architettonico o un parco botanico, ma diviene un organismo vivente in cui la linfa degli alberi e il metallo dell’artista scorrono in una medesima direzione ontologica. Il discorso si snoda partendo dal prato esterno dove le stele d’alluminio si ergono come custodi di una modernità che non vuole dimenticare le proprie radici arcaiche, poiché in quel metallo così freddo e specchiante Celiberti incide segni che sembrano provenire da una grotta preistorica o futuribile, creando un cortocircuito temporale assoluto. Queste stele dialogano con la verticalità degli alberi monumentali stabilendo una fratellanza tra la crescita biologica della pianta, che accumula anni nei suoi anelli legnosi e la crescita estetica dell’opera che tesaurizza significati nella sua semantica. Poco distante il cavallo di bronzo introduce la dimensione del mito e della forza terrestre, apparendo come un’energia che si è fatta statua e che, nel contesto del parco di Buttrio, sembra emergere direttamente dalle stratificazioni geologiche del terreno friulano per testimoniare la resistenza della vita contro l’oblio. Il passaggio dal “Fuori” al “Dentro”, ovvero dal parco alle sale della Villa, segna l’approdo al tempo dell’interiorità, attraverso l’affresco che Celiberti tratta come una pelle sensibile, capace di trasudare memoria storica e sofferenza esistenziale. Qui la polvere di marmo e la calce diventano il supporto per cuori trafitti e farfalle, simboli di una transitorietà che aspira all’Eterno, specchiandosi nella fragilità stessa dell’ecosistema naturale celebrato dal festival. Ogni quadro diventa così una sezione stratigrafica della coscienza dove l’artista, come un chirurgo dello spirito, interviene sulla materia per estrarne il senso ultimo. Il trait d’union di questa esposizione risiede dunque nella apacità di Celiberti di unificare il tempo della natura con quello della storia umana, dimostrando che l’atto di plasmare un metallo o di dipingere un muro è un gesto di amore e di rivolta, identico a quello di un seme che spacca la roccia per diventare tronco. Seguendo il pensiero comprendiamo che l’alluminio, il bronzo, l’affresco o la tela non sono materiali scelti a caso ma stazioni di una cosmogonia che riconnette l’uomo al sacro,attraverso il riconoscimento del limite e della bellezza. In questa prospettiva lineare l’esperienza del visitatore a Villa di Toppo Florio si trasforma in un cammino di consapevolezza, dove il tempo del TreeArt Festival si fonde con il tempo dell’arte celibertiana, rivelando che siamo tutti fatti della stessa sostanza mnemonica e che il segno lasciato dall’artista sulla stele ha la medesima dignità e la medesima potenza di un albero secolare che sfida il cielo. Questa sintesi finale ci restituisce Giorgio Celiberti che è al contempo archeologo e profeta capace di trasformare il silenzio minerale e la crescita vegetale in un urlo di speranza e in un alfabeto universale che parla direttamente al cuore del tempo presente.

Il Tempo dell’Albero e il Tempo dell’Incisione. L’albero è l’unico ente che abita il tempo senza l’angoscia della soggettività. L’albero è tempo solidificato: la sua crescita non è un progetto, è un’espansione dell’essere. Quando noi poniamo le stele d’alluminio di Celiberti, accanto a questi giganti vegetali, stiamo operando un confronto tra due forme di eternità. L’alluminio è il metallo dell’ Eterna Rinascita, essendo riciclabile al 100% all’infinito e incarna il concetto filosofico del ciclo continuo e del rinnovamento, della leggerezza che nega la gravità. Ma Celiberti lo tratta con una valenza arcaica. Quelle scritte, incise sulla superficie metallica sono il tentativo disperato dell’uomo di lasciare un’impronta nel “Tempo della Tecnica”. Heidegger diceva che “la tecnica è la terra dell’oblio”, ma Celiberti usa il materiale della tecnica per ricordare. Le scritte non sono messaggi, sono segni-limite, rappresentano il ritorno della parola al silenzio della pietra o, in questo caso, alla freddezza del metallo. È l’irruzione dell’irrazionale nel cuore della modernità.

Il Cavallo di Bronzo: L’Energia Immobilizzata. Nel parco, i cavalli di bronzo, non sono la rappresentazione di un animale, bensì l’archetipo dell’energia che si scontra con il limite. Il cavallo, nella semeiotica, è la pulsione, il desiderio che corre, il tempo che fugge, il tempo del mito che irrompe nel ciclo biologico.
Il bronzo, scientificamente, è una lega che sfida i millenni. Mettere un cavallo di bronzo tra gli alberi significa creare un conflitto ontologico: l’albero vive un tempo circolare (le stagioni), il bronzo vive un tempo lineare di degradazione lenta, quasi eterna. Il cavallo diventa allora il testimone del nostro desiderio di trascendenza.
Noi siamo come quel cavallo: esseri pulsionali intrappolati in una materia che invecchia, ma che aspira alla forma eterna della statua.

L’Affresco: La Pelle della Memoria Entrando nella Villa, il discorso si sposta dalla natura alla cultura, ovvero alla memoria. I quadri-affresco di Celiberti sono “sezioni d’anima”. Perché l’affresco? Perché non è una pittura sopra il muro, è la pittura che diventa muro. È una fusione chimica, un processo di carbonatazione dove il pigmento si sposa con la calce. Qui il Tempo si manifesta come sedimentazione. Celiberti gratta, scava, sovrappone; i suoi cuori, le sue farfalle; i segni lasciati sui muri di Terezin sono i graffiti che l’anima incide sulla parete del mondo. Se il TreeArt Festival vuole parlare del tempo, deve parlare della sofferenza; il tempo umano è tempo del dolore, della memoria e della riconciliazione. Senza memoria il tempo è solo una successione di istanti insignificant

Il Trait d’Union: La Verità del Segno. Qual è dunque il nesso, il logos che unisce le stele d’alluminio nel parco agli affreschi nelle sale?
È la necessità del segno. L’albero non ha bisogno di segni, esso è il segno di se stesso. L’uomo, invece, ha bisogno di plasmare l’alluminio, di fondere il bronzo o di intonacare la tela per non scomparire. Scientificamente, noi potremmo parlare di una “Geologia della Coscienza”.
Le Stele d’Alluminio rappresentano il tempo esteriore, la riflessione della luce, il futuro tecnico che però non può fare a meno di guardare indietro a un alfabeto arcaico.
I Cavalli di Bronzo rappresentano il tempo archetipico, la forza della natura che si fa cultura, lo spirito che si incarna nella pesantezza.
Gli Affreschi rappresentano il tempo interiore, la fragilità dell’emozione (la farfalla) che cerca rifugio nella solidità del gesso e della calce.

L’Oltreuomo di Celiberti. A Buttrio, Giorgio Celiberti ci consegna una lezione terribile e meravigliosa: il Tempo non si “passa”, il Tempo
si “abita”. E lo si abita attraverso il rito del segno e della catarsi.
Le sue opere a Villa di Toppo Florio sono un invito a uscire dalla distrazione del presente per rientrare nella densità del destino. L’artista, come l’albero, è colui che affonda le radici nel buio della terra (il dolore di Terezin,
la materia grezza) per tendere i rami verso la luce (la lucentezza dell’alluminio, la trascendenza del segno). Celiberti non ci regala immagini, ci regala reperti del futuro. Ci dice che, nonostante la tecnica, nonostante
la velocità, ciò che resta è il graffio, il cuore spezzato, la farfalla che vola sopra le macerie della storia.
Il tempo di Celiberti è il tempo del sacro ritrovato, dove metalli e calce diventano i materiali di una nuova cosmogonia. Carlo Stragapede
Giorgio Celiberti (Udine, 19 novembre 1929) rappresenta oggi una delle voci più profonde e coerenti della storia dell’arte italiana a cavallo tra due secoli. La sua opera non è solo una produzione estetica, ma un palinsesto di memoria collettiva, dove il gesto pittorico si fa scavo archeologico nell’anima dell’umanità.
L’Esordio e la Stagione Veneziana (1948-1950)
La parabola di Celiberti inizia con una precocità sbalorditiva. Nel 1948, a soli diciotto anni, partecipa alla sua prima Biennale di Venezia: è l’artista più giovane dell’intera rassegna. In quegli anni, la città lagunare è un laboratorio incandescente. Celiberti studia al Liceo Artistico, ma la sua vera accademia sono le calli e gli atelier.
Frequenta Emilio Vedova, da cui assorbe l’impeto del segno, e condivide lo studio con Tancredi Parmeggiani,immergendosi nelle inquietudini dello Spazialismo e dell’Informale. Questa fase veneziana è cruciale: qui l’artista impara che il quadro non è una finestra sul mondo, ma una superficie pulsante di energia.
Il Nomadismo Cosmopolita e l’Apertura Internazionale. Negli anni Cinquanta, la curiosità spinge Celiberti oltre i confini nazionali. Si stabilisce a Parigi e poi a Bruxelles, centri nevralgici della ricostruzione culturale post-bellica. I suoi viaggi lo portano a Londra, negli Stati Uniti, in Messico e in Venezuela. Questa stagione “errante” gli permette di confrontarsi con le grandi correnti internazionali, pur mantenendo un legame viscerale con le proprie radici friulane. La sua pittura si arricchisce di nuove cromie e di una spazialità più complessa, preparando il terreno per la grande sintesi degli anni successivi.

La Svolta Etica: Il Trauma di Terezín (1965). L’anno spartiacque nella vita e nell’arte di Celiberti è il 1965. La visita al campo di concentramento di Terezín, vicino a Praga, segna un punto di non ritorno. Di fronte ai graffiti lasciati dai bambini ebrei — farfalle, cuori, lettere sghembe — Celiberti comprende che l’arte ha il dovere morale di farsi custode della memoria.
Nasce così il celebre Ciclo dei Lager. Il suo alfabeto visivo si semplifica e si radicalizza: La Farfalla: simbolo di un’anima che anela alla libertà pur nella fragilità.
Il Cuore: non più icona sentimentale, ma centro di resistenza umana.
La Croce e la Lettera: frammenti di un discorso interrotto che l’artista tenta di ricomporre.
La Materia come Testimonianza: Affreschi e Sculture La cifra distintiva della maturità di Celiberti è il suo rapporto con la materia. Le sue opere non sono “dipinte”,
sono “edificate”. Utilizza la tecnica dell’affresco su tavola, trattando il supporto come un muro antico su cui incidere graffi, solchi e stratificazioni. La superficie diventa una pelle rugosa, densa di pigmenti terrosi, argille e polveri che sembrano restituire “l’eco della materia”.Parallelamente, la sua produzione scultorea in bronzo e terracotta trasla queste tematiche nel tridimensionale.
Le sue stelie le sue forme monumentali appaiono come reperti di una civiltà atemporale, oggetti che hanno attraversato il fuoco della storia per giungere fino a noi.
Arrivato alla soglia dei 97 anni, Celiberti non ha smarrito la forza della ricerca. Il biennio 2024-2025 è stato segnato da grandi celebrazioni, tra cui la mostra retrospettiva di Udine “Memorie dal passato”, che ha ripercorso la sua capacità di dialogare con l’antico.
Nel 2026, la sua figura rimane centrale non solo come testimone storico, ma come interprete di una poetica delle “chiavi minori”: un’attenzione rivolta ai sussurri della storia, ai frammenti dimenticati e alle fragilità che, attraverso il suo gesto, acquisiscono una dignità monumentale. Lavorando ancora oggi nel suo storico studio, Celiberti continua a dimostrare che l’arte è un atto di speranza: un tentativo, ostinato e bellissimo, di dare un nome e una forma al silenzio.

Carlo Stragapede